Il perdono

Il perdonare solitamente viene considerato un atto di coraggio con cui si rinuncia ad ogni rivalsa nei confronti di chi ci ha fatto del male.

Il perdono è invece da considerare come una scelta salutare in quanto ci libera dal dolore, dalla rabbia, dal rancore, dall’angoscia, che sono emozioni distruttive che ci impediscono di godere a fondo la vita.

E’ proprio la capacità di ‘lasciar andare’ che permette di vivere a lungo e in salute, perché influisce positivamente sulla gestione dello stress.

C’è una forma di perdono che possiamo definire  perdono tradizionale, in cui è presente la dualità, cioè ci sono io, la vittima e c’è lui, il carnefice. Io decido volontariamente di perdonare l’offesa ma permane pur sempre il giudizio, che mantiene attiva la coscienza di vittima.

C’è poi una forma di perdono totale che corrisponde ad una guarigione assoluta e che si rifà all’idea che non ci sia niente di giusto o di sbagliato, di buono o di cattivo, perché è solo la nostra interpretazione che lo rende tale. Quello che ci è successo è esattamente quello che ci doveva succedere per imparare le lezioni indispensabili al nostro scopo e al piano divino del nostro spirito.  Ecco, allora, che il cosiddetto carnefice risulta essere soltanto colui che si è assunto l’ingrato compito di permetterci, attraverso la nostra esperienza di dolore, di fare un passo in avanti nel nostro percorso.

Possiamo arrivare al perdono totale attraverso cinque fasi:

1) Raccontare la nostra storia, anche semplicemente a noi stessi, per poter entrare profondamente nel ruolo di vittima e per poterlo, poi abbandonare

2) Entrare in contatto profondo con le nostre sensazioni ed emozioni per poterle poi trasformare

3) Analizzare quale è stata la nostra valutazione degli eventi, che è la conseguenza del nostro vissuto e quindi delle credenze che abbiamo formulato, il che ci permette di rinunciare a una parte delle ferite registrate dal Bambino Interiore servendoci di una prospettiva adulta, in modo da distinguere ciò che è realmente accaduto dalla nostra interpretazione dei fatti

4) Ristrutturare ciò che è accaduto vedendolo come ciò che volevamo esattamente sperimentare, in quanto essenziale per la nostra crescita. In questo modo trasformiamo le storie in cui eravamo ‘vittima’ e che avevano alimentato rabbia, amarezza, risentimento, in realtà diverse in cui sperimentiamo apprezzamento, gratitudine, accettazione amorevole.

5) Integrare tutto quello che è stato appreso a tutti i livelli, fisico, emozionale, mentale, spirituale

Lo possiamo fare, ad esempio, scrivendoci una lettera indirizzata al nostro Sé Superiore, con la quale esprimiamo la nostra intenzione di rilasciare tutte le percezioni e le interpretazioni errate, tutte le emozioni distruttive, le credenze infondate che persistono ad ogni livello del nostro essere; di accettare tutte le esperienze senza giudicarle; di interrompere ogni legame malsano nei confronti del presupposto carnefice, benedicendolo per gli insegnamenti da lui ricevuti;  di perdonare noi stessi e gli altri.

Nel momento in cui comprendiamo che qualsiasi cosa percepiamo fuori di noi è solo la proiezione di quello che si trova dentro di noi e quindi riusciamo a vedere gli altri come un riflesso della nostra coscienza, allora sarà facile per noi utilizzare le quattro ‘miracolose’ frasi che ci consiglia Ho-oponopono, la tecnica hawaiana degli Huna:mi dispiaceti prego scusamigrazieti amo, rivolte a noi stessi.

Utile anche la meditazione del  D-linking che ci consente di lavorare sui lacci karmici con l’aiuto di esseri di luce come l’arcangelo Michele, gli angeli Uriel e Raziel e il maestro asceso Saint Germain.

Maria Paola Sepiacci

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